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Storia dei Giochi Olimpici 4° parte di Enrico Pogaccini

La storia delle Olimpiadi moderne non è sempre stata lineare e contraddistinta da momenti di condivisione e unione all’interno dello spirito olimpico e dell’amicizia tra i popoli.

 

Tre sono state le edizioni annullate a causa dei due conflitti mondiali: Berlino 1916, Tokyo 1940 (edizione che era stata anche riassegnata a Helsinki in seguito allo scoppio della guerra tra Giappone e Cina nel 1937) e Londra 1944, città che comunque vide assegnarsi i primi giochi post bellici del 1948.

 

Diverse edizioni hanno avuto uno svolgimento problematico e alcune di queste meritano una menzione.

I Giochi di Berlino 1936 sono ricordati come quelli in cui la Germania nazista volle presentarsi al mondo in tutta la sua potenza; tutti gli ebrei tedeschi, tranne una schermitrice, furono estromessi e questo portò a diverse ipotesi di boicottaggio. Queste sono anche le Olimpiadi di Jesse Owens e del rifiuto di Hitler di riconoscerne i successi, ma anche della storia di amicizia nata in pista tra lo stesso Owens e il saltatore in lungo tedesco Luz Long.

 

Un’altra edizione tedesca, quella di Monaco di Baviera 1972, fu protagonista in negativo nella storia olimpica quando un commando di 8 terroristi palestinesi si infiltrò nel villaggio olimpico riuscendo ad uccidere 11 atleti israeliani.

 

Numerose sono state le Olimpiadi che hanno visto una o più nazioni boicottare la manifestazione. I primi Giochi che videro il rifiuto alla partecipazione di determinati paesi furono quelli di Melbourne 1956, dove per diverse ragioni numerosi paesi decisero per il boicottaggio: la Cina a causa della questione di Taiwan e il permesso datogli di presentarsi come paese indipendente, alcuni paesi europei per protesta contro l’invasione russa dell’Ungheria, infine Egitto, Iraq e Libia a causa della crisi del canale di Suez  I casi più eclatanti sono quelli di Mosca 1980 e Los Angeles 1984, in piena guerra fredda; alla prima non parteciparono gli Stati Uniti, seguiti da 65 nazioni del blocco occidentale, in segno di protesta verso l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS; la risposta del blocco sovietico arrivò con il boicottaggio all’edizione successiva.

Alla decisione di non far partecipare i propri atleti fa da contraltare un boicottaggio più “soft”, quello della delegazione diplomatica. Il caso più recente riguarda la ultime Olimpiadi invernali, quelle di Pechino 2022, con il boicottaggio della diplomazia statunitense in protesta contro la violazione dei diritti umani da parte della Cina nei confronti dell’etnia uigura.

 

Diverso è il caso di quei paesi a cui è stata impedita la partecipazione ai Giochi da parte degli organi di governo dello sport. È stato, ad esempio, il caso del Sud Africa, escluso dalle edizioni che vanno da Tokyo 1964 a Seoul 1988 a causa del vigente regime di apartheid e il rifiuto della sua condanna.

Più recente ma non meno significativa è l’esclusione della Russia per un quadriennio, a partire dalle Olimpiadi invernali di Pyeongchang 2018, per le accuse di doping di Stato e manipolazione dei protocolli antidoping. Gli atleti riconosciuti dal CIO come non coinvolti in queste pratiche hanno potuto partecipare con la denominazione di atleti neutrali autorizzati e come rappresentanti del Comitato Olimpico Russo. Con le stesse modalità verrà permesso agli atleti russi e bielorussi di partecipare alle prossime Olimpiadi di Parigi viste le sanzioni inflitte e l’esclusione dei due paesi a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

 

Situazione ancora diversa è quella che vede determinati atleti mettere in scena una propria protesta. È il caso ad esempio di quegli atleti che rifiutano di competere contro avversari che rappresentano uno stato politicamente o militarmente in conflitto col proprio. Le Olimpiadi sono state protagoniste anche di rivendicazioni sociali come quella messa in atto da Thomas Smith e John Carlos, due atleti afroamericani che sul podio dei 200 metri piani dell’edizione di Città del Messico 1968 hanno alzato il pugno indossando un guanto nero in un segnale a rivendicazione dei diritti civili.

 

 

Queste decisioni e prese di posizione, di cui abbiamo visto gli esempi più eclatanti ma che di certo non sono le uniche, non fanno altro che mettere in risalto quanto lo sport non sia estraneo alla politica ma, anzi, le due componenti siano fortemente legate.